Seguici su

MotoGPMotoSBKCIV SBK

Caschi per il cuore: quando il motorsport corre in sostegno ai bambini

«Ho conosciuto Marco Bezzecchi ad EICMA 2024; gli ho chiesto se volesse essere il portavoce di questo progetto e lui mi ha detto di sì. Oggi sono convinta che non avrei potuto scegliere ambasciatore migliore».

Pubblicato

il

Marco Bezzecchi mentre disegna con i bambini al Sant'Orsola di Bologna
Marco Bezzecchi mentre disegna con i bambini al Sant'Orsola di Bologna (© Alessandra Ardelean)

Alessandra Ardelean ha 27 anni, un’energia contagiosa e una missione ambiziosa: trasformare i sogni dei piccoli pazienti dei reparti pediatrici in opere d’arte da corsa. Il suo progetto, “Caschi per il cuore”, è riuscito a portare i disegni dei bambini ricoverati negli ospedali di Bologna e Torino direttamente in pista. In un’intervista esclusiva ci ha raccontato la forza di un’idea che nasce dalla sua passione e dal suo coraggio.

Alessandra, partiamo dall’inizio: qual è l’idea alla base di “Caschi per il cuore”? 

«Questo progetto nasce dalla mia immensa passione per i motori e dalla volontà di unire il mondo del motorsport a quello degli ospedali. Da piccola io in ospedale ci sono passata molte volte per patologie diverse; so cosa vuol dire viverci, so cosa significano le attese infinite, stare dietro ai dottori e affrontare situazioni difficili nei reparti. Per questo ho voluto unire le due realtà, così che i bambini che lottano in quei reparti non si sentano soli».

Il progetto è partito definitivamente dopo un incontro speciale ad EICMA. Ce lo racconti?

«Lavoravo in fiera nel 2024 e lì ho conosciuto Marco Bezzecchi. Gli ho chiesto se volesse essere il portavoce del progetto e lui mi ha detto di sì. “Caschi per il Cuore” è nato praticamente da quell’incontro e oggi sono convinta che non avrei potuto scegliere ambasciatore migliore. Ammiro Marco da anni: è uno sportivo incredibile e una persona meravigliosa, umile e gentile».

Marco Bezzecchi testimonial del progetto Caschi per il cuore

Marco Bezzecchi testimonial del progetto Caschi per il cuore insieme ad Alessandra Ardelean, a sinistra (© Alessandra Ardelean)

Quali attività avete svolto con i bambini degli ospedali?

«Siamo stati al Sant’Orsola di Bologna con l’associazione Bimbo Tu e a Torino con l’associazione Amici dei Bambini Cardiopatici, insieme ai piloti del CIV, del Campionato europeo femminile e ovviamente Marco Bezzecchi. Abbiamo disegnato insieme ai bimbi dei reparti e poi le loro creazioni sono state digitalizzate e utilizzate per colorare i caschi con cui i piloti hanno corso in gara. Successivamente i caschi indossati sono stati e saranno venduti all’asta; così tutto il ricavato andrà in beneficenza alle associazioni che abbiamo scelto. Per i bambini e le loro famiglie, vedere questo progetto concretizzarsi è stata anche la prova che le nostre non erano solo parole, ma che noi eravamo lì per realizzare qualcosa di importante e concreto».

Oltre alle attività in ospedale avete portato i bambini a Imola durante una tappa del CIV. Che emozioni hai provato?

«Sì, grazie alla FMI (Federazione Motociclistica Italiana) e a EMG Eventi abbiamo portato una quindicina di bimbi alla quinta tappa del Campionato Italiano Velocità 2025 a Imola. Sono entrati in griglia durante la Superbike e hanno incontrato i protagonisti della categoria come Delbianco, Butti e Cavalieri. Delbianco ha fatto anche salire i bimbi nel suo motorhome, ha mostrato loro dove dormono i piloti, il box e la vita nel paddock. Butti ha acceso la moto e gli ha fatto sentire il rombo del suo motore. Vedere negli occhi dei bimbi la felicità di vivere qualcosa di così speciale e reale è stato unico».

Il progetto caschi per il cuore in pista a Imola

Il progetto caschi per il cuore in pista a Imola (© Alessandra Ardelean)

C’è una frase, diventata poi il vostro slogan, che riassume la forza di questi piccoli guerrieri. Vero?

«Lo slogan di questo progetto è “Vietato dire che non ce la faccio”. È nato da un bimbo di 6 anni che ha chiesto ad Alessandro Delbianco di vincere il Campionato Italiano Superbike 2025. Alessandro gli ha risposto che ci avrebbe provato, ma che era difficile, e il bimbo ha ribattuto prontamente: “Io sto combattendo contro un tumore, tu puoi vincere qualche gara”. Quando senti queste parole non puoi che riflettere. Siamo talmente tanto abituati a vivere la nostra routine che spesso ci dimentichiamo del mondo reale. Questi bambini, che combattono in quattro mura, ti danno una grinta e un’adrenalina che non puoi nemmeno immaginare, perché loro mentre affrontano la battaglia più difficile della loro vita, sorridono».

Alessandro Delbianco al Sant'Orsola di Bologna dai bambini

Alessandro Delbianco al Sant’Orsola di Bologna dai bambini (© Alessandra Ardelean)

Il vostro progetto è arrivato persino in Vaticano. Ci racconti come è andata?

«Il 4 ottobre siamo stati al Giubileo dei Motociclisti, organizzato dalla Federazione Motociclistica Italiana, e Papa Leone XIV ha firmato un casco che si era personalizzato con i disegni dei bambini. Ci ha dato anche l’autorizzazione a inserire il logo del Vaticano e i suoi stemmi papali. Quel casco abbiamo scelto di metterlo all’asta quest’anno. Per noi ha un significato importantissimo perché incarna la purezza che vogliamo rappresentare in questo progetto».

Nonostante il successo del primo anno di “Caschi per il cuore”, ti sei scontrata con alcuni muri. Quanto è stato difficile gestire tutto?

«Difficilissimo. Finché Marco Bezzecchi non ha indossato il casco al GP del Mugello 2025, mi vedevano come una ragazza che voleva “farsi un’immagine” all’interno di questo mondo. Abbiamo investito molti soldi e quasi interamente di tasca nostra, a fronte di pochissime sponsorizzazioni iniziali e molto contenute. Io devo ringraziare anche mia mamma che è stata il mio “caterpillar”: mi ha sostenuta e per prima ha creduto in me quando nessuno lo faceva. Molti sono saliti sul carro dei vincitori solo dopo aver visto quanto abbiamo fatto».

Cosa hai provato al Mugello quando Bezzecchi ha indossato il casco disegnato dai bimbi in ospedale?

«Al Mugello ho vissuto giorni molto intensi, anche emotivamente. Quando investi in un progetto, ci tieni che risalti al meglio e che venga raccontato per quello che è veramente. E poi avevo un altro pensiero: il casco, per chi va in moto, è un simbolo, non solo una protezione. Vedere un pilota come Bezzecchi correre in casa con un casco nato dai disegni dei bambini mi ha fatto sentire la responsabilità e non solo la gioia; però quando poi l’ho visto in pista, ho capito il perché di tanti sacrifici fatti».

Il casco di Bezzecchi al Mugello, con lo slogan del progetto

Il casco di Bezzecchi al Mugello, con lo slogan del progetto (© Alessandra Ardelean)

Cosa significa per te il Premio Fair Play, ricevuto alla serata di premiazione della FMI a inizio dicembre?

«Fino a quando non me l’hanno detto, non me lo aspettavo proprio perché è un premio molto importante. Ho provato molta soddisfazione. Anzi più che soddisfazione per me è stato un riscatto personale verso chi non aveva creduto in me e nel progetto. Forse se il percorso fosse stato meno complicato allora amerei anche di più questo premio; ma naturalmente ne sono orgogliosa e ne vado molto fiera, soprattutto perché è la dimostrazione che in un anno ho saputo gestire molte cose difficili tutte insieme. Per questo ringrazierò per sempre la Federazione (FMI)».

Quali sono i programmi per il futuro di “Caschi per il cuore”?

«L’idea di continuare c’è assolutamente. Per il 2026 vorremmo concentrarci più sui piloti di MotoGP e Mondiale Superbike per massimizzare il ricavato. Ho ancora molti caschi da vendere per aiutare le associazioni e, senza togliere niente a nessuno, se voglio davvero dare una mano ai bambini e ai reparti devo ottimizzare il lavoro. Io sono disposta ad investire tempo e risorse, ma senza un sostegno economico diventa difficile».

Clicca per commentare

Tu cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *