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Ducati, Volkswagen vuole vendere per fare cassa. Il Governo pronto a intervenire
L’ipotesi che il gruppo Volkswagen possa cedere Ducati per fronteggiare la pesante crisi dell’auto tedesca ha mobilitato politica e industria italiane. Dalle cause del dissesto di Wolfsburg ai conti di Borgo Panigale, fino all’ipotesi del Golden Power: tutti gli scenari aperti.
Lunedì 21 settembre una delegazione composta da alcuni dei massimi esponenti della politica e dell’industria italiana ha varcato i cancelli dello stabilimento Ducati di Borgo Panigale. Erano presenti il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, oltre ai vertici delle sigle sindacali di settore.
All’apparenza la visita è stata giustificata dalla concomitanza con il Cersaie, il Salone internazionale della ceramica in corso nel capoluogo emiliano. Nella sostanza, si è trattato di un gesto politico e simbolico di straordinaria compattezza, organizzato con urgenza per rispondere a una voce che agita da settimane il settore automobilistico europeo: la possibilità che il gruppo tedesco Volkswagen decida di vendere la Ducati per fare cassa.
La delegazione istituzionale in visita alla Ducati (© Ducati Media House)
La crisi profonda di Volkswagen e la caccia alla liquidità
Per capire le ragioni per cui si parla di cedere uno dei marchi più prestigiosi del motociclismo mondiale bisogna allargare lo sguardo alla Germania. Dal 2012 Ducati è controllata direttamente da Audi, che a sua volta fa capo a Volkswagen. Il colosso di Wolfsburg sta affrontando la crisi industriale più complessa e dolorosa della sua storia recente, al punto da essere diventato il simbolo delle difficoltà strutturali dell’intero comparto automobilistico continentale.
Le cause del dissesto tedesco sono molteplici: da una parte il calo marcato dei volumi di vendita globali, accelerato dalla battuta d’arresto dei modelli elettrici che non hanno fatto breccia sul mercato e dalla violentissima concorrenza dei produttori cinesi.
Dall’altra l’aumento esponenziale dei costi produttivi, spinti verso l’alto dalla crisi energetica, dall’inflazione e dalle barriere doganali. Questa congiuntura rischia di comprimere i margini operativi del gruppo automobilistico addirittura al di sotto dell’1 per cento nel 2026.
Di fronte a stime così allarmanti, l’amministratore delegato Oliver Blume e il consiglio di sorveglianza hanno varato una cura drastica: taglio di decine di migliaia di posti di lavoro, possibile chiusura di storici stabilimenti in territorio tedesco e dimezzamento dei modelli in gamma.
Parallelamente, Volkswagen ha avviato una meticolosa revisione del proprio portafoglio societario, mettendo sotto esame circa 600 attività e partecipazioni su un totale di oltre 2.000 con l’obiettivo di ridurre la complessità del gruppo e concentrarsi esclusivamente sul core business automobilistico.
Come sta la Ducati: il paradosso di un’azienda sana
Il grande paradosso di questa partita sta nel fatto che a trovarsi in difficoltà non è la Ducati, bensì chi la possiede. Se l’azienda di Borgo Panigale rischia di finire sul mercato, è proprio perché si tratta di una delle attività più solide, redditizie e facili da monetizzare all’interno dell’intero universo Volkswagen.
I numeri raccontano la salute della casa bolognese: nel 2025 Ducati ha fatturato 925 milioni di euro (pur registrando una lieve contrazione rispetto al miliardo toccato nel triennio precedente) e ha consegnato 50.895 moto in tutto il mondo.
Il dato cruciale è quello del risultato operativo, pari a 52 milioni di euro, che si traduce in un margine del 5,6 per cento. Si tratta di una percentuale invidiabile nel panorama industriale odierno, sebbene inferiore al rigido target del 9% fissato da Blume per le controllate entro il 2030.
A questo rendimento finanziario si aggiunge un valore immateriale inestimabile: il dominio sportivo assoluto, suggellato da sei titoli costruttori consecutivi vinti in MotoGP dal 2020 a oggi, che ha rafforzato la fedeltà viscerale da parte degli appassionati del marchio.
Un’esposizione di Ducati Superleggera (© Ducati Media House)
Quanto vale il marchio secondo Bloomberg
A confermare che il dossier sia aperto è stato lo stesso amministratore delegato di Audi, Gernot Döllner. In un’intervista all’agenzia Bloomberg ha dichiarato che discutere di Ducati rientra nella revisione del gruppo. Anche se, al momento, «non è stata presa alcuna decisione formale».
Sul fronte delle valutazioni economiche, la società di analisi Bloomberg Intelligence stima che il valore dell’azienda si aggiri attorno a 1,25 miliardi di euro. La valutazione è stata fatta basandosi sui parametri di mercato dei concorrenti comparabili. Una cifra che, se confermata, rappresenterebbe per Wolfsburg una tentazione di liquidità immediata.
Il fronte del “Sistema Italia”: cordata e Golden Power
La prospettiva di una dismissione decisa in Germania ha fatto scattare l’allarme a Roma e a Bologna. A Borgo Panigale lavorano circa 2.000 dipendenti diretti, a cui si aggiunge una catena di fornitura ad altissima specializzazione che irriga tutta la Motor Valley emiliano-romagnola. Perdere la testa di questo ecosistema equivarrebbe a un duro colpo alla sovranità industriale del Paese.
Il governo ha quindi deciso di giocare d’anticipo. Il ministro Adolfo Urso ha scandito senza giri di parole la linea dell’esecutivo: l’obiettivo primario è fare in modo che la Ducati ritorni sotto il controllo italiano. Per raggiungere questo scopo, lo Stato è pronto a impiegare ogni strumento giuridico a disposizione, compreso il ricorso al Golden Power.
Si tratta della legislazione speciale che consente all’esecutivo di porre veti, dettare vincoli o bloccare il passaggio di quote di aziende che gestiscono asset considerati di rilevanza strategica nazionale.
Sul piano finanziario è stata categoricamente smentita l’ipotesi di un intervento diretto di Cassa Depositi e Prestiti (CDP). Si sta facendo largo l’idea di costruire una “cordata” di imprenditori e gruppi industriali italiani pronta a rilevare l’azienda. Lo ha chiarito il presidente di Confindustria Emanuele Orsini: «Nel caso in cui ci debba essere la dismissione, come sistema Paese ci siamo».
Da destra, l’AD Ducati Claudio Domenicali con il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (© Ducati Media House)
L’obiettivo condiviso da istituzioni e sindacati è preservare il piano industriale e gli investimenti delineati dall’amministratore delegato Claudio Domenicali, mantenendo il baricentro dell’innovazione in Emilia-Romagna.
Non è la prima volta che a Wolfsburg si accarezza l’idea di vendere la casa motociclistica. Già nel 2017 Volkswagen aveva esplorato una cessione, ma il progetto fu accantonato a causa della feroce opposizione dei rappresentanti sindacali tedeschi di IG Metall, contrari a cedere un asset prestigioso.
Cosa succede adesso: il vertice decisivo del 25 settembre
La partita è aperta e gli scenari possibili sono essenzialmente tre:
1. Mantenimento dello status quo: Volkswagen decide che il prestigio, l’indotto d’immagine e la redditività di Ducati restano elementi preziosi, scegliendo di fare cassa dismettendo altre attività secondarie del proprio sterminato portafoglio societario.
2. Ritorno sotto la bandiera italiana: nel caso in cui i tedeschi aprano formalmente alla cessione, l’asse composto da Governo e Confindustria formalizza una cordata industriale tricolore, tutelata dalle prerogative del Golden Power statale.
3. Asta internazionale: la liquidità richiesta da Volkswagen attira offerte miliardarie da fondi internazionali o grandi acquirenti esteri, innescando un braccio di ferro diplomatico e normativo con le istituzioni italiane sulla governance e sulla permanenza dello stabilimento a Bologna.
Le risposte cominceranno ad arrivare molto presto: venerdì 25 settembre è in programma un vertice faccia a faccia tra le istituzioni italiane e i vertici di Audi-Volkswagen. L’incontro che misurerà la reale determinazione della proprietà tedesca e chiarirà se la questione Ducati rimarrà un allarme preventivo o si trasformerà nella più importante operazione di politica industriale dell’anno.