Seguici su

Formula 1

F1 | «Ero esausto, avevo dato tutto»: la verità di Ricciardo sul ritiro

L’australiano si racconta nel podcast Drive di Jim Farley, CEO di Ford: carriera, identità e la difficoltà di dire basta.

Pubblicato

il

daniel ricciardo ritiro f1
Daniel Ricciardo (© Red Bull Content Pool)

Otto vittorie. Oltre 250 gare. E alla fine, la gratitudine verso chi lo ha cacciato. Nel podcast Drive di Jim Farley, CEO di Ford, Daniel Ricciardo si racconta senza filtri: dai trionfi al logorante ritiro dalla F1. Il ritratto che emerge è quello di un uomo che ha dato tutto, forse troppo, e che ha dovuto imparare a fare i conti con se stesso.

La libertà prima di tutto

C’è una parola che attraversa tutta la conversazione tra Farley e l’ex-pilota di F1, oggi Global Ambassador di Ford: libertà. Tutto comincia a otto anni, la prima volta su un go-kart. «La prima parola che mi viene in mente è libertà. La sensazione di avere il controllo di qualcosa a quell’età e di essere intoccabile». Non è nostalgia: è una chiave di lettura che Ricciardo applica a tutta la sua carriera.

Perché anche in Formula 1, in quello che dall’esterno sembra il momento di massima pressione, quando si allaccia il casco e si entra in macchina, lui trovava il contrario. «Dal di fuori tutti pensano che sia il momento più difficile del weekend, quello in cui devi davvero accenderti e performare. Per me era il momento più facile. Era il mio momento». Il rituale era preciso: prima le cuffie, per cominciare ad isolarsi dal rumore del paddock. Poi il casco. «Mettere il casco era molto simbolico. Non solo ok, si parte: ma anche un promemoria che quello che sto per fare è pericoloso, e che è ora di smettere di scherzare».

E quando la macchina rispondeva, quando tutto funzionava, era qualcosa di difficile da descrivere. Farley lo definisce così: essere integrati in una macchina, controllarla al massimo, come se fosse un’estensione del corpo. Ricciardo annuisce: «I giorni buoni, i giorni in cui vincevo o avevo un buon risultato, succedeva e basta. Si sentiva quasi più facile di quanto ti aspetteresti quando cerchi di andare veloce».

Lo shoey e l’identità australiana

In uno sport rigido, formale, «abbottonato» come lo definisce lui, Ricciardo ha sempre cercato di ritagliarsi uno spazio per restare se stesso. Lo shoey, la celebrazione in cui beveva lo champagne dalla sua scarpa da gara, non era una trovata pubblicitaria. Era un atto di identità. «Alcuni miei amici in Australia lo facevano già: un gruppo che si chiamava i Mad Hewies, andavano in giro per il mondo a fare surf e bevevano dalle scarpe. Per me era un modo per dire: vivo lontano da casa da tanto, ma sono ancora australiano».

La prima volta non sapeva come sarebbe andata. «Pensavo fosse una cosa da fare una volta sola». Qualche mese dopo, a Singapore, era sul podio e aveva deciso di non rifarlo. Il pubblico ha cominciato a cantare, poi a fischiare. «A quel punto ho capito: ok, lo vogliono davvero. Da lì in poi, ogni podio era uno shoey».

ricciardo gp canada 2017

Lo “shoey” di Daniel Ricciardo sul podio del GP Canada 2017 (© f1.com)

Il lato che non si racconta

Ricciardo è uno dei pochi piloti disposti ad ammettere quanto la Formula 1 possa fare male. «Ci sono tantissimi giorni che fanno schifo. Giorni in cui sei frustrato e c’è così tanto fuori dal tuo controllo.». Otto vittorie su oltre 250 gare: una percentuale di successo bassissima, in uno sport in cui però il racconto collettivo tende a ricordare solo i podi. «I giorni buoni sono pochi. Ma forse è proprio per questo che sono così intensi: li apprezzi perché non vinci ogni giorno.».

E quando vinceva, la prima emozione non era la gioia. Era sollievo. «Ci metti così tanto, credi di poterlo fare, ma finché non lo fai ti chiedi: ce la faccio davvero? Quindi prima ancora che arrivi la gioia, è sollievo.».

Ma c’era anche un lato più oscuro, che raramente emergeva in pubblico. «Ho cercato di condividere qualcosa del dolore, perché siamo persone normali. Ma ne nascondi anche un po’: perché i tuoi avversari, se ti vedono vulnerabile, è una debolezza.». E poi c’era il rapporto con se stesso dopo le gare difficili: «Se andavo a cena con la famiglia o gli amici dopo una gara in cui non avevo performato bene, pensavo: non me lo merito. Non merito di mangiare un bel pasto stasera.». Una durezza verso se stesso che, in retrospettiva, non considera sana. «Credo che dovremmo darci più spazio per godere delle cose, indipendentemente da com’è andata la giornata.».

Ricciardo sul ritiro alla F1: «Sono grato a Red Bull»

La parte più lucida, e forse più dura, arriva quando si parla di fine. Il 2022 alla McLaren era stato un anno nero. «Mi hanno lasciato andare. All’inizio del 2023 mi sono ritrovato senza un posto.». Per la prima volta Ricciardo aveva guardato in faccia l’ipotesi del ritiro dalla F1. Ma dentro sentiva ancora qualcosa. «Mi sono guardato allo specchio e ho pensato: dimentica quello che dicono gli altri. Cosa vuoi tu?».

Era tornato, con la Racing Bulls, a metà stagione 2023. Al secondo o terzo weekend si era rotto una mano in un incidente banale, rimanendo fuori dieci settimane. «Non mi ero mai fatto male seriamente in tutti questi anni, e ora succede per un incidente stupido. Inizi a pensare: è un segno? Dovrei smettere finché sono ancora in piedi?». La risposta era ancora no. «Ero convinto di avere ancora qualcosa da dare. Ho resistito».

Ha resistito un altro anno. Poi, dopo il Gran Premio di Singapore 2024, il team ha scelto di sostituirlo con Liam Lawson. «Ero stato lasciato andare due volte in due anni. Mi aveva prosciugato. Ci avevo messo tutta l’anima, ed ero davvero esausto».

Daniel Ricciardo alla sua ultima gara con Racing Bulls a Singapore 2024

Daniel Ricciardo nel giorno del suo ritiro dalla F1, GP Singapore 2024 (© Red Bull Content Pool)

Ed è qui che arriva la cosa più sorprendente: «Ripensandoci, sono grato che abbiano preso loro la decisione, perché sarebbe stato difficile per me dire: ho finito. Non tanto perché non lo sapessi: in fondo sapevo che era diventato sempre più difficile per me performare a quel livello. Ma dirlo ad alta voce è un’altra cosa».

Il consiglio che dà a Farley, e a chiunque si trovi di fronte a quella stessa soglia, è diretto: «Togli le favole. Togli l’ego. Ci sono persone che ti amano e ti diranno sempre che sei grande e che ce la puoi fare. Ma devi chiudere la porta e prendere quella decisione da solo, essere davvero onesto con te stesso. Darti abbastanza tempo in solitudine per riflettere. La risposta arriva, se ti dai lo spazio per trovarla».

Il consiglio al CEO di Ford

Alla fine del podcast, Farley chiede a Ricciardo cosa consiglierebbe a lui, come CEO. La risposta è disarmante nella sua semplicità. «Torno sempre alle basi. Perché l’ho fatto per così tanto tempo? Torno a una parola di tre lettere: fun. Divertimento.». Non nel senso superficiale del termine, ma come bussola. «Se ti svegli ancora con il sorriso e vai al lavoro trovando ancora gioia in quello che fai, continua. Se invece non ti stai divertendo, forse è un segnale».

E poi una confessione: per anni si era permesso di divertirsi solo dopo i buoni risultati. «Vivere in quel bianco e nero non era sano. Dovresti darti il permesso di goderti le cose anche dopo la giornata peggiore».

Il bambino che a otto anni aveva trovato la libertà su un go-kart, che non credeva di poter arrivare in Formula 1, che non immaginava di voler viaggiare su un aereo ogni tre giorni: alla fine ha fatto tutto questo e di più. E ora, dall’altra parte, ha ritrovato quella stessa parola. Libertà. Diversa, ma ancora sua.

Clicca per commentare

Tu cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *