Formula 1
Massimo Zanetti ricorda Senna: «Ayrton è stato un miracolo. I campioni come lui nascondo di rado»
«Andai a Imola con tutta la famiglia, siamo rimasti con Ayrton per tutti i tre giorni. I miei figli non hanno parlato per due settimane, io da quella volta non ho più voluto sapere nulla di Formula Uno».
In occasione del trentaduesimo anniversario della scomparsa di Ayrton Senna, il mondo del motorsport si ferma ancora una volta per onorare un mito senza tempo. Tra le voci che più intimamente hanno conosciuto il campione brasiliano spicca quella di Massimo Zanetti, patron di Segafredo.
L’imprenditore veneto, in un’emozionante intervista a Marco Tarozzi sul Corriere dello Sport – Più Stadio, ha ripercorso il legame indissolubile che lo univa ad Ayrton: un rapporto nato agli albori della Formula 1 e spezzatosi tragicamente in quel maledetto weekend di Imola.
L’esordio e il primo incontro: «Un prodigio di educazione e carisma»
Il legame tra Zanetti e Senna affonda le radici nei primi anni Ottanta. Dopo il mancato acquisto della scuderia Theodore, fu Bernie Ecclestone ad avvicinare Zanetti alla Toleman, suggerendogli inoltre di puntare su un giovane talento brasiliano che aveva appena dominato la Formula 3 inglese.
«Conobbi Ayrton proprio a casa di Ecclestone. Un ragazzo timido, magro magro. Mi fece una bella impressione, era gentile, educato, non straparlava. Insomma, misi lui e Cecotto in Toleman, e il primo gran premio fu a Rio de Janeiro, il 25 marzo 1984. Andammo tutti, ero diventato amico di famiglia».
«Alle prove finì alle spalle di Cecotto, partì diciassettesimo in griglia e si ritirò dopo otto giri. Fu un dramma pazzesco, con tanto di lacrime perché era a casa sua e voleva fare bella figura. Ma già nel gran premio successivo Ayrton fece vedere quello che valeva, e poi divenne Senna».
Ayrton Senna sulla Toleman con sponsor Segafredo (© formula1.com)
Il punto di svolta fu il GP di Montecarlo dello stesso anno, dove Senna sfiorò una vittoria epica sotto il diluvio. «Quella vittoria gliela rubarono», afferma il patron di Segafredo.
«Si correva in condizioni proibitive, sotto il diluvio. Jacky Ickx, che era direttore di gara, fermò la gara troppo presto, al trentaduesimo giro, e vinse Alain Prost. Ayrton aveva recuperato ventisette secondi al francese in dieci giri. Ci furono grandi polemiche, ma intanto davanti a un pubblico fradicio di pioggia questo ragazzo brasiliano si rivelò al mondo».
Un rapporto oltre la sponsorizzazione: «Eravamo una famiglia»
Per Zanetti, Senna non era un semplice pilota da sponsorizzare, ma un membro della famiglia. Massimo descrive Senna come un leader nato, capace di una concentrazione maniacale nei dettagli e dotato di una spiritualità profonda fatta di ascolto e silenzi. «Ayrton è stato uno di quei campioni che vengono fuori di rado. Era un ragazzo molto particolare, aveva una spiritualità fatta di silenzi, di ascolto. Serissimo, sapeva concentrarsi come nessun altro».
«Senna è stato un miracolo. Non posso dire che fosse come un figlio, ma per me era il fratellino più piccolo. Mi commuovo a pensarci. Sono andato in Brasile perché me lo ha chiesto lui, ho creato la Fondazione motivato da lui. Quegli anni sono stati segnati da Ayrton, dalla sua amicizia, dal Brasile che considero la mia seconda patria dopo l’Italia».
Il marchio Segafredo seguì Ayrton dalla Toleman alla McLaren e, infine, alla Williams nel 1994, una scelta fortemente voluta dallo stesso pilota: «Ayrton mi chiamò dicendo ‘Massimo, io ti voglio con me’, e lo seguii. Nel tempo mi sono convinto che la differenza l’avesse messa lui personalmente perchè mi voleva al suo fianco».
Zanetti ha avuto la fortuna di far correre altri campioni nella sua storia in Formula 1, ma il brasiliano era speciale. «Ho avuto cinque campioni del mondo, anche Lauda, Prost, Rosberg, Hill. La foto più bella che ho è quella del Gran Premio del Portogallo 1984, con Prost sul gradino più alto del podio e accanto Lauda e Senna. In quell’occasione Lauda si laureò campione del mondo. Tutti e tre i piloti sul podio erano legati a Segafredo. Bellissimo. Ma Ayrton l’ho amato più di tutti».
Il dolore di Imola 1994 e l’eredità di un mito
Il 1° maggio 1994 rimane una ferita aperta che ha cambiato per sempre il rapporto di Zanetti con le corse, in quanto lui stesso era presente a Imola. «Andai al Gran Premio con tutta la famiglia, siamo rimasti con Ayrton per tutti i tre giorni. I miei figli non hanno parlato per due settimane dopo l’incidente, io da quella volta non ho più voluto sapere nulla di Formula Uno. È stato un dolore enorme. Ayrton è venuto a morire in un ospedale a duecento metri dalla mia casa bolognese».
Zanetti quel giorno non notò un Ayrton diverso, più malinconico come molti sostengono, ma anzi lo vedeva concentrato nel capire come poter riprendere Michael Schumacher, che nelle prime gare del 2024 volava. «Parlarono di un Senna diverso, introspettivo, malinconico. La realtà è che arrivò a quel gran premio con mille domande nella testa. Non capiva perché non riusciva a tenere il passo di quel ragazzo, Michael Schumacher».
«Ci teneva a far bene a Imola, chiese aggiustamenti, fece attenuare l’effetto degli alettoni, cercava velocità per colmare il divario. Io ero sulla torre, lo vidi passare velocissimo. Volava, in maniera incredibile».
Kimi Antonelli al GP di San Paolo 2025 (© Mercedes AMG)
Oggi, trentadue anni dopo, Zanetti vede in alcuni dei campioni moderni la stessa luce che emanava Ayrton, e guarda con speranza al futuro dell’automobilismo italiano incarnato da Kimi Antonelli. «Sono persone che vengono fuori così, come prodigi della vita, stelle che fanno una luce immensa. Penso a Pogacar, a Sinner. O prima ad Alberto Tomba, nato in un posto con cui la neve non c’entra nulla. Kimi? Un fenomeno. Farà cose bellissime, è il campione del futuro».