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MotoGP | Incidenti e polemiche a Barcellona: perché demonizzare il Montmelò è un errore

Dopo i drammatici crash dell’ultimo Gran Premio, il circuito di Barcellona è finito al centro di una dura demonizzazione. Nella nostra trasmissione Team Radio, analizziamo i fatti reali: tra la memoria corta, la natura intrinseca del motorsport e le nuove strategie commerciali di Liberty Media che minacciano i circuiti permanenti storici.

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I protagonisti della MotoGP in azione a Barcellona
I protagonisti della MotoGP in azione a Barcellona (© Red Bull Content Pool)

L’ultimo weekend della MotoGP al Montmelò ha lasciato una scia di polemiche. Il bollettino medico dell’ultimo Gran Premio ha spinto molte persone, soprattutto sui social, a mettere alla gogna il circuito di Barcellona, demonizzandolo. Ma si tratta di una reale carenza di sicurezza del tracciato o dell’inevitabile componente di rischio di questo sport? Nella nostra ultima puntata di Team Radio abbiamo cercato di approfondire il tema.

La demonizzazione del Montmelò: tra memoria corta e realtà

Assistere a dinamiche spaventose accende l’emotività degli appassioanti e dei molti spettatori delle gare motoristiche. Oggi è il tracciato di Montmelò a finire sotto la lente d’ingrandimento, come scenario dei due terribili incidenti di domenica.

Fino a ieri, il Motomondiale ha celebrato per anni la pista di Barcellona, mostrando fiero le immagini del leggendario sorpasso di Valentino Rossi su Jorge Lorenzo nel 2009 proprio all’ultima curva. Un’azione epica nata proprio sulle caratteristiche di un layout tecnico, iconico e storicamente amato da piloti e tifosi.

Liquidare Barcellona come “circuito superato” o “noioso” significa avere la memoria corta. Certo, i precedenti storici pesano: la tragica scomparsa di Luis Salom nel 2016 (che portò alla modifica temporanea del layout con la chicane della Formula 1) e i drammatici incidenti europei ricordano che il Montmelò ha pagato un tributo altissimo alla velocità.

L’incidente di Salom rimane l’ultimo incidente mortale dovuto alla sicurezza della pista e non a dinamiche attive con coinvolgimento di altri piloti, per il motomondiale. Da quel momento di 10 anni fa, il tracciato catalano ha lavorato però duramente investendo anche somme economiche importanti per poter mettere in sicurezza i punti critici.

La regola aurea del motorsport: il rischio zero non esiste

Come emerso chiaramente nel dibattito a Team Radio, il motorsport è intrinsecamente pericoloso e la casualità gioca un ruolo predominante. Se un pilota cade a oltre 300 km/h sul rettilineo del Mugello o alla San Donato, l’impatto sarà devastante a prescindere; vedasi Marc Marquez nel 2013 o l’incidente di Michele Pirro nel 2018.

Nel caso specifico dell’ultimo GP, l’incidente di Alex Marquez è nato da un problema tecnico della KTM di Acosta, una variabile indipendente dal disegno del tracciato.

Anche l’incidente in partenza che ha coinvolto Johann Zarco, Luca Marini e Pecco Bagnaia fa parte di una dinamica tipica delle prime curve, dove lo spazio si riduce e il rischio di carambole è altissimo. Ricordiamo che lo stesso Bagnaia, due anni fa, rischiò moltissimo in Curva 2, ma catalogare questi episodi come “colpa del circuito” svilisce la complessità delle dinamiche di gara.

Johann Zarco e Alex Marquez

Johann Zarco e Alex Marquez (© Red Bull Content Pool)

Il futuro della MotoGP e la direzione di Liberty Media

Mentre la Formula 1 si prepara a salutare Barcellona dal 2027, la MotoGP affronta una fase di transizione commerciale profonda sotto la nuova gestione di Liberty Media.

L’orientamento della proprietà americana è chiaro: spostare l’asse del motorsport verso i grandi centri metropolitani e i circuiti cittadini (come i progetti valutati a Miami, secondo le voci nate dopo il GP di F1 scorso), dove l’afflusso di pubblico occasionale garantirebbe vendite di biglietti e coinvolgimento nettamente superiori.

Un circuito permanente situato a 60-70 chilometri dalla città, come il Montmelò, fatica strutturalmente a pareggiare i numeri commerciali della Formula 1. Se la MotoGP raccoglie 50.000 o 60.000 spettatori la domenica, si tratta già di un successo straordinario per la categoria, ma le logiche di profitto odierne spingono per soluzioni logisticamente differenti.

Questo significa che come sta succederà con Adelaide, i circuiti cittadini potrebbero diventare una realtà sempre più presente nel calendario della MotoGP, ma portare moto che raggiungono i 350 km/h non è più pericolo rispetto ai circuiti attuali? Ancora non sappiamo come verrà gestito il layout della futura sede del GP d’Australia, ma ancora lo scetticismo intorno alla scelta fatta è alto.

I piloti in azione durante il GP di Catalogna 2026 (

I piloti in azione durante il GP di Catalogna 2026 (© Red Bull Content Pool)

Proteggere lo sport senza demonizzare la storia

Additare quindi il circuito di Barcellona come colpevole di quanto successo domenica scorsa con Alex Marquez e Johann Zarco è un errore di prospettiva. Il motorsport mantiene una percentuale di rischio ineliminabile sotto qualunque latitudine.

Il compito delle federazioni e dei costruttori deve essere quello di lavorare incessantemente sulla sicurezza dei tracciati e dei veicoli, in modo che si possano evitare il più possibili le situazioni critiche, che però non scompariranno mai nel mondo de,lle corse.

È giusto che le emozioni del momento in alcune circostanze prevalgano, ma demonizzare tracciati storici non è la soluzione. Solo la collaborazione tra organizzatori, safety commision, piloti e team potrà portare passi avanti nel migliorare le condizioni di sicurezza in pista per i protagonisti del motorsport.

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